Per Gigi

 

di Enrico Labanca

 

LA VERA GIUSTIZIA

La vicenda processuale di Luigi Celeste, "Gigi" per gli amici, è giunta sulla dirittura finale con un processo di appello che gli ha visto ridurre la condanna a 9 anni complessivi di reclusione, dai 12 anni e 4 mesi che gli erano stati inflitti in primo grado.
Cos'ha fatto Gigi per meritare questa condanna e la detenzione in carcere, in un Paese in cui almeno gli arresti domiciliari si concedono perfino a stupratori e pluri-omicidi?
Ha ucciso, il 20 febbraio 2008, un uomo malato di mente, che gli era padre per ragioni meramente anagrafiche, che minacciava di uccidere sua madre, suo fratello e luì stesso.
Ha ucciso, Gigi, per difendere la vita dei suoi familiari, non riuscendo più a vivere sotto l'incubo costante di vederli morire per mano di un uomo che tanti anni fa aveva sposato la madre e li aveva procreati per poi regalare loro una vita di violenze fisiche e psicologiche, abbandoni, terrore.
Certo, Francesco Celeste era malato di mente, non era quindi del tutto responsabile di quanto faceva, come dimostrano i 23 anni di carcere fatti per svariati reati, fra i quali il tentato omicidio di un maresciallo dei carabinieri.
Forse, lo Stato avrebbe dovuto in qualche modo isolare il folle dal. contesto familiare e dalla società civile, allo scopo di tutelare le persone che gli erano vicine dalla minaccia dì una violenza inconsulta ed imprevedibile.
Ma lo Stato italiano, è noto, tutela chi è insano di mente ed esige che siano le famiglie a farsi carico del problema, a curarlo, ad accudirlo, a tenerlo a bada, a farsi ammazzare.
Quanti sono gli italiani uccisi da pazzi che una psichiatria demagogica e fasulla ha preteso che fossero lasciati comunque liberi, perchè curabili con l'amore e la comprensione dei congiunti?
Tanti, troppi per poterli contare tutti. Se Francesco Celeste avesse ucciso la moglie e i figli, si sarebbe parlato di "tragedia della follia", che per lui avrebbe comportato il riconoscimento della totale infermità di mente con conseguente ricovero in un.'istituto psichiatrico e scarcerazione dopo cinque anni di cure.
Gigi, invece, non è riuscito ad attendere che il pazzo uccidesse sua madre o suo fratèllo o cercasse di uccidere lui, magari con il coltello a serramanico che teneva sempre in tasca.
Ignaro di quanto sia contorta la legge penale italiana, ha ritenuto di agire in uno stato di legittima difesa, cioè di avere il dovere di prevenire il male che un folle avrebbe fatto ai familiari, eliminando nell'unico modo che questo Stato imbelle gli ha lasciato il pericolo: uccidendo il folle dopo l'ennesima minaccia di morte nei confronti, suoi e dei familiari.
Solo in quel momento lo Stato che mai aveva avvertito il bisogno ed il dovere di tutelare la vita della famiglia di Francesco Celeste, si è fatto sentire, arrestando Gigi ed imputandolo di omicidio con l'aggravante di aver agito contro un "ascendente".
Perchè, perbacco, i solerti giudici italiani hanno visto che dal certificato di nascita di Gigi risultava, senza ombra di dubbio, che Francesco Celeste era suo padre.

Che mai, nemmeno per un momento, Francesco Celeste sia stato il padre di Gigi ma solo il persecutore suo, di suo fratello e, soprattutto, di sua madre, i giudici lo tengono presente per riconoscere all'imputato qualche attenuante.
Perchè per una giustizia malata, la legittima difesa sussiste solo nel momento in cui uno ti pianta un coltello in petto e tu riesci a sparargli; o interviene mentre strangola la moglie e lo ammazzi per fermarlo.
E, finche in questi casi, la solerte magistratura italiana indaga per vedere se era proprio inevitabile ammazzare il mancato omicida, perchè, magari, si poteva sparargli alle gambe o immobilizzarlo, o ferirlo lievemente.
In caso contrario, è sempre omicidio volontario, con una condanna temperata, bontà loro, dal riconoscimento delle attenuanti generiche.
E così, a Gigi hanno inflitto una condanna a 9 anni di reclusione, senza la concessione degli arresti domiciliari perchè non li merita: ha ucciso un uomo folle e violento, per amore nei confronti della madre e del fratello, gli danno anche gli arresti domiciliari? Ma non sia detto.
Chi è Marcello Dell'Utri che, con una condanna a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, siede in Senato e legifera per combattere la mafia?

E', Gigi, un ragazzo perbene, onesto, leale, capace di amare la madre fino al punto di uccidere per difenderla, non può quindi che essere condannato al carcere dove lo potranno "rieducare", insegnandogli che nella vita non bisogna essere generosi, altruisti, capaci di amare una madre fino al sacrificio della propria libertà che, viceversa, bisogna pensare a sé stessi, essere egoisti, cinici e codardi.
Ma, siamo certi che Gigi saprà rimanere se stesso e superare la prova del carcere con la dignità e la fierezza che gli sono proprie.
Un tempo lontano, quando la Giustizia si scriveva con la maiuscola, si giudicavano le motivazioni del gesto e, se queste erano fondate, si assolveva l'imputato.
Stato di necessità, motivi di onore, difesa della vita, dei familiari e della loro dignità, erano tutti i motivi per i quali la Giustizia assolveva.
In un tempo lontano, sarebbe stato lo Stato a mettere Francesco Celeste in condizione di non nuocere, a salvaguardare la vita dei suoi congiunti sottraendoli alla sua violenza cieca ed omicida, frutto di una follia che era dovere dello Stato curare.
Quel tempo è ormai lontano. Oggi, il pazzo è una vittima della società ed i familiari che ammazza sono coloro che non hanno saputo curarlo con l'affetto di cui aveva bisogno.
E se qualcuno, come Gigi,lo precede ed uccide il pazzo violento e sanguinario, lo Stato assente ed inesistente prende forma, si materializza, chiede e pretende conto da chi ha salvato la vita propria ed altrui e, per essere rimasto vivo, deve pagare con la galera e senza arresti domiciliari.
E la chiamano ancora giustizia, rigorosamente minuscola e in minuscolo.

Ma,per un'altra Giustizia, quella spontanea dell'opinione pubblica e dei cittadini, Gigi è un innocente, vittima di un padre folle e di uno Stato cieco ed insensato.
Se l'ingiustizia di Stato lo ha condannato al carcere, la Giustizia di Dio e degli uomini lo ha assolto.
Altro non conta.
Enrico Labanca, Bergamo 24 luglio 2009