Lacrime si, ma scelte sopratutto


«Sono passati 30 anni - dice Fini - e qui vedo uomini di 50 anni che ho lasciato 30 anni fa, proprio qui ad Acca Larentia». «L'auspicio all'unità - ammette - è nel cuore di tutti ma appartiene alla sfera del sentimento. Poi la politica porta a scelte diverse e qui nascono i contrasti, le differenze» (La Repubblica, 8 Gennaio 2008) e ancora "Alemanno, a sua volta, rimarca lo stesso concetto. Ma invita i litiganti alla ragionevolezza. «Le scelte politiche rimangono ma non ci devono portare a faide od odii»".
Appunto; il problema e che non ci sono litiganti, perché, per quanto mi riguarda e credo riguardi molti che hanno lasciato AN nel 1995 (quando era francamente un bel pochino più difficile rispetto a tempi assai più recenti), faide non se ne sono mai cercate, odio nemmeno. Perché l'odio é sentimento e passione che si accorda ai nemici, a quelli che si incontrano in campo aperto, magari ad armi impari, ma con la tenacia che, spento il clangore delle spade, lascia spazio alla riconciliazione, se si é sostenuta onorevolmente la battaglia e lo spazio vitale é nuovamente riassicurato alla comunità, ai suoi sentimenti, alle sue idee, che si sono intesi interpretare.
Nemici siffatti dunque meritano di ragionare in termini di battaglia ed odio, e tali non consideriamo ne i sopra citati, ne chi sceglie di seguire la loro strada. Ma non per questo apprezziamo che sui sentimenti si giochi, che si finga di ignorare che le battaglie, le ferite, la galera e i lutti sono avvenuti in ragione di una continuità ideale e di un progetto politico che può si aggiornarsi (per carità, non mi risulta che nessuno dei nostri "punti di riferimento politico-ideologico", almeno da Corridoni in poi, abbia mai scritto o detto dell'immutabilità del metodo e forse anche di qualche merito), ma non può e non deve essere stravolto; altrimenti non di "aggiornato" si parla, ma si deve dire "rinnegato".
Altra questione che non mi sento di condividere; chiedere giustizia, oggi tanto più a trenta anni da quei fatti.
L'unica giustizia del rivoluzionario é la vendetta; chiedere giustizia ad un regime che da 30 anni a questa parte non é cambiato se non che nelle forme, é un tipo di richiesta che non mi accomuna. Mi spiace, sarò infantile, ma non me la sento perché so che non c'era e non ci sarà, tanto più oggi, alcuna giustizia, anche perché francamente non so con quanta energia siamo stati capaci di alzare la voce per ottenerla nei tanti ieri, dietro le nostre spalle.
É un po' come ripetere il "non rinnegare, non restaurare"; sposo quella sintetica retorica abbarbicandomi ad una Continuità e a sentimenti antichi, certo poco ecumenici, aderente al sentire (se non purtroppo all'agire) della Tradizione. Non sposo l'altra retorica, invece; quella di chiedere giustizia che non c'é mai stata, non ci sarà (ad esempio c'é stata giustizia per Ramelli o piuttosto c'é stato solo il sonnolento stracciarsi le vesti di chi "non si rese conto della possibilità di uccidere" e di chi é rimasto soddisfatto del "pentimento"), ne con "governi nemici" ne con supposti "governi amici". Non c'é stato mai il riconoscimento dignitoso della guerra civile dopo l'8 settembre, figuriamoci se mai poteva avvenire di quella del dopoguerra. Non c'é perdono da accordare, perché non c'é stata giustizia dello Stato "democratico", come non ci fu volontà di garantire il dibattito e il confronto civile, come non c'é mai stato da parte degli avversari politici nessun ripiegamento sulla legittimità comunista all'eliminazione fisica dell'avversario.
Anche per questo la mia scelta l'ho fatta nel gennaio 1995 e, ad oggi, non vedo alcuna ragione per ripensare la Continuità che ho inteso ed intendo rivendicare con essa, e con l'attività militante successiva, attuale e futura.
Ecco perché sottolineare che i nostri caduti li onoriamo con la nostra Coerenza -spiace che diversi si siano affrettati a non ritenere fosse il caso di stampare il manifesto che avevo fatto inserire sul sito, per "non passare noi per speculatori sul sangue dei camerati"-; quello era ed é il messaggio che ha accomunato non chi é andato (questa volta con scorta leggera, vista la generosa volontà di consentire un omaggio, che doveva però avere altro tono e altra condivisione, se non si desiderava solo un tardivo recupero di forme e riconoscimenti che da troppo tempo mancavano, o semplicemente si cercava un po' di pubblicità) la mattina, ma i moltissimi che hanno sfilato la sera.
Sta tutto lì senso del mio 7 gennaio.
Che ognuno si chieda, soprattutto se milita nella Fiamma Tricolore, dove sta il senso della sua presenza ieri, e dove sarà il senso di quella di domani.
Altrimenti é bene che ciascuno scelga di fare altro; io non ho mai contato amici e nemici prima di fare le mie scelte.
Luca Romagnoli
 

 

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